PRIMA CHE SIA PRIMAVERA

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Gli alberi indossano già il verde tenue e sfumato che prelude al conclamarsi del colore.
E’ una dichiarazione sommessa di vaghi propositi. Perché le gemme non sanno. Hanno solo un fievole palpito dentro di sé.
Si lasciano intuire, nel gemito fuxia di un ramo ancora muto.
Si offrono con timido ardore, col senso smarrito di stagioni ineludibili; senza nascondersi nel chiedere al cielo mete e confini. Come una preghiera rassegnata di felicità.
E’ un viale di inesplosa bellezza sulla voragine dello sguardo.
Stati fugaci corteggiano il passo, nella transitorietà di fine inverno.
La primavera viene sempre di notte.

PRIMA CHE SIA PRIMAVERA

D’ATTIMO

christy

A volte mi diverto
in retrovie nascoste del mio cuore
ed assomiglia a un volto senza nome
la gioia segreta che orizzonta
Capita allora di non aver paura
del silenzio
chè dentro un suono inesistente
colgo i miei fiori
E dico nulla
ed altrettanto sento
Come petali d’aria
che sguardo assorto tace

Incontriamoci_all_Ottagono_BIANCO_E_NERO

D’ATTIMO

DADI

inesportabile

iocubo

dadi

cuborosconpsaxc

A volte m’infilo

m’infratto dentro un dado

sto dritta senza te

sto zitta dietro un tre

e scruto

e scuoto

miro apro tiro

e traggo zero

zero tondo

vuoto e nero

zero a terra

come un pero

e puntato

come un dito

ZERO ZERO!

E

me

la

rido.

DADI

TRECENTO PASSI DAL MARE

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La casa distava trecento passi dal mare e dal piccolo terrazzo del secondo piano lo si poteva abbracciare con lo sguardo fino all’incrocio degli abissi, nel punto in cui il cielo e l’acqua hanno lo stesso nome.
D’inverno,ed ormai era giunto anche quell’anno, non c’era angolo che non rimandasse rantoli e bisbigli di spuma. Un andirivieni d’ammirato sgomento per le sue orecchie in ascolto.
Dal mare, aspettava ancora che lei facesse ritorno. Aspettava da vent’anni. Da quando, sotto l’alba d’un solstizio d’inverno piovoso, aveva sciolto i capelli , sparendo per sempre dagli occhi del mondo. Ma non dai suoi, viziati dalla linea sinuosa che vi scolpiva quotidianamente.
Tutti i giorni, alla stessa ora, con identico desiderio inappagato, le rubavano l’armonia dei passi, con una preghiera muta di felicità.
Un amore spartiacque tra lei e tutto il resto, che non dava tempo né spazio ad altri amori, detestando tutti i sorrisi che non si schiudessero dalle sue labbra, odiando i capelli, il collo, le mani, le gambe, che non fossero paesaggi della sua figura.
Tutti i giorni, alla stessa ora, sognando parole che mai ebbero suoni per lui.
La sua vita, un coltivarla con dedizione severa, senza strappi né eccezioni. Oltre il lavoro, consumato nel rigore dimesso d’una bottega, solo quella devozione senza confini.
In paese nessuno sapeva. Per tutti era esclusivamente Arturo l’orologiaio, taciturno, strano, impenetrabile, dall’aspetto ordinario, dallo sguardo sfuggente, dai modi ruvidi. Nient’altro.
E a lui bastava e avanzava, non avendo tempo neanche per le opinioni, né per l’amicizia.
C’erano già i suoi pensieri per lei ad affollarlo. Spesso sentiva l’esiguità delle ore, nel cui spazio li riponeva con ordine per rintracciarli quando più lacerante ne avvertisse l’urgenza.
Talvolta alcuni volavano in luoghi inaccessibili e lui ne soffriva come un derubato delle gioie di famiglia. Aveva così poco di quell’amore.
Qualcuno aveva tentato di scuoterlo dalla solitudine prepotente della sua vita. Goffe manovre di nessun successo.
Come quella volta che Luigi, il tipografo, gli presentò una sua cugina di Firenze.
-Piacere- disse- stringendole la mano come un soldato che sta disertando.
E nel lampo breve con cui i suoi occhi la misero a fuoco, notò soltanto quello che di lei non c’era. Il tutto del tutto. Questo le mancava. E un senso di sconforto e di sollievo lo assediò per giorni.
Ma a Luigi che chiedeva, reclamando pareri, disse solo -Non ho tempo, per ora-
E nessun effetto sortì in lui, lo stupore sarcastico del suo mediatore d’amore.
In paese si cominciarono a fare congetture.
-Alla sua età, se non si ha tempo per certe faccende…
Le frasi venivano smozzicate. Si alludeva. E quel lasciare sospeso, per molti, era segno d’una stranezza ancora più grande che se l’avessero pronunciata con pienezza.
Così, a poco a poco ma inesorabilmente, la gente del posto finì col ritenerlo affetto da una patologia bizzarra e inafferrabile, che ne ammalava il corpo e la mente.
Al suo passare c’era un mormorio latente, a stento soffocato, a volte divertito. E attorno gli crebbe un muro di diffidenza sempre più alto.
-Ai tipi così vai a capire cosa gli passa per la testa.
Tutto ciò, però, nemmeno per un attimo gli aveva arrecato noia o dolore. Non aveva tempo neanche per quelli, tanto lei lo assorbiva di tutto.
Del rosso e del nero. Del grande e del piccolo. Del vicino e del lontano e di tutte le cose commensurabili, anche se con bislacchi metri da lui inventati. Contare di quanti passi accelerava per raggiungerla in strada, sfogliare i giorni del calendario di cui perdesse il conto, stabilire il numero d’orologi in giacenza oltre il plausibile. E altri segni, più aderenti al corpo, quando il pudore s’allentava e la sua mano esplodeva in un piacere solitario, privo di gioia, che spesso lo assaliva all’improvviso, come nuvole che piovono senza avvertire.
Ma lui, che pure di lei s’era riempito la vita, non l’aveva posseduta neanche d’un saluto.
Erano incroci silenti e confusi i suoi, uno scivolarle accanto con cui scolpire lo sguardo per compensare le labbra annichilite.
Eppure l’aveva deciso, nei giorni appena antecedenti all’irreparabile.
L’avrebbe fermata in quello scorcio d’autunno morente.
Mille volte s’era prefigurato quel momento. Un dirsi e ridirsi che mai gli pareva adeguato. Alla fine era venuto alla conclusione che l’avrebbe fermata per darle una lettera. E la scrisse quella lettera, nelle notti insonni e nei frammenti del giorno sottratti al lavoro, in un mettere e levare estenuante, in bilico fra la paura di dire troppo compromettendo tutto e quello di dire troppo poco , risultando scialbo ai suoi occhi.
La scrisse ma lei non gli diede il tempo di copiarla, portando con sé, nel verde livido del mare d’inverno, tutte le ragioni della sua vita, compresa quella.
E dall’anno zero di quel giorno, dovette fare i conti con un altro spartiacque, ben più doloroso.
Prima e dopo di lei. Tutte le cose distribuite in due cassetti della memoria.
Prima e dopo la speranza.
E nel cassetto del dopo faticava a mettere i giorni e le ore, a dare una direzione al grigio consunto della sua quotidianità senza senso. A volte s’abbandonava ad una traiettoria inerte, altre una smania furiosa lo rendeva incapace di fermarsi anche solo un istante, preda d’un moto disperato.
E fu probabilmente per sopravvivere che cominciò a farsi strada in lui, forse già da quel tragico solstizio, l’idea che non fosse morta e che sarebbe tornata.
Sovente guardava dal balcone la strada che conduceva alla spiaggia, per vedere se lontano avanzasse la figura di lei. Spesso scendeva a mare nel buio più fitto e le parlava.
Anche quella notte del 21 dicembre lo fece, come ogni solstizio d’inverno da vent’anni a quella parte.
Trecento passi, lungo il piccolo sentiero delimitato dal muro a secco, verso la follia d’una resurrezione.
Trecento passi che l’acqua marina sciolse col suo bacio freddo e fragoroso, quando lui giunto a riva si tolse le scarpe e sedette sulla sabbia umida ad aspettarla, indifferente all’impeto delle onde.
Rimase fermo così, un tempo indefinibile. Poi una voce gli scosse il cuore.
– Arturo, Arturo..
Eccola- si disse- anche se fino a quel momento solo le orecchie erano testimoni del miracolo.
S’alzò, sorretto da una gioia calma, certo che quello fosse il loro momento e scrutando meglio il buio, la vide avanzare lentamente.
Il volto era pallido ma le labbra, seppur esangui, conservavano intatta la sensualità del loro disegno.
Arturo, sei venuto-gli disse- allungando il braccio diafano a cercare la sua mano.
Senza parlare, gliela porse e appena lei la strinse dentro la sua, ebbe l’impressione che fosse stata lì per tutti quegli anni.
-Vieni, andiamo.
Lui la seguì, dentro il mare, senza voltarsi più.
E insieme nuotarono, contraddicendo la direzione del vento. Protesi verso il punto in cui gli abissi hanno lo stesso nome.
TRECENTO PASSI DAL MARE

DECIMO MESE INOLTRATO

rosso modif.

L’autunno di città mi parla da un vetro. In estate i clacson sarebbero stati più vivi. Ed il vociare giù in strada avrebbe inondato il divano.
Per il resto fa caldo e nessuna foglia è ancora caduta.
Qui al sud le stagioni sono democratiche. Hanno tutte un cuore incline alla condivisione. Così agosto sfocia dolcemente in settembre e settembre regala lembi di sole forte al decimo mese inoltrato.
E’ un’armonia assurda e forse un po’ noiosa.
Anche la tua stanza lo pensa, credo. Tace e suda, come una creatura.
Da quando vivi altrove è ordinata e respira. E parla. A me almeno. Ma non sempre l’ascolto.
Non questa sera.
Ho viziato le orecchie con un blues leggero. Sembra uno spumante secco.
E mentre la casa vuota dialoga con le ombre, io mi fingo un rosso, di quelli ben miscelati e già pronti ad accogliere il pennello. Una tinta ad olio pastosa.
Da spalmare sul cuore.

DECIMO MESE INOLTRATO

NAVI IN DISARMO

Mattesini Marcello (2)   -   Ombre lunghe 2

S’informa la gentile clientela che il ristorante resterà chiuso.
Il cartello è giallo, l’inchiostro nero, la saracinesca abbassata. La promessa mantenuta, ne è testimone la polvere. Da giorni sigilla l’abbandono. Pile di piatti, pentole, posate giacciono inermi al di là della scritta e nell’ immaginazione di chi legge con animo predisposto alle macerie umane.
E intanto nella veranda di fronte, gigantesche piante grasse si decompongono fra tavoli sguarniti, con grazia lenta. Hanno intenzione di resistere, più dell’inchiostro che già s’attenua lungo i margini della a di informa.
Una a perspicace, che ha capito che è meglio cercare altrove. Magari in un altro cartello giallo. Ma se fosse davvero perspicace opterebbe per la a di cambiale. Dei cartelli oggi non c’è da fidarsi, vanno e vengono come pioggia di marzo, ma con voce muta, senza canti argentini.
Un’economia errante sta cambiando la geometria ai negozi, alle strade, alle persone.
I commessi sbadigliano sguardi, talvolta dalla soglia delle botteghe, con un fianco appoggiato al deserto e l’altro proteso verso il marciapiede distratto.
I passanti tendono a passare. La maggior parte ha in tasca una quantità di soldi che spinge a tirar dritto. Indugiare di vetrina in vetrina è un’arte insidiosa. I coraggiosi lo fanno senza farsi rapire, come nuotassero con frequenti bracciate in un mare infido.
E i fortunati, cui il vento riserva marosi affrontabili, spesso restano delusi. Le stesse cose d’un tempo precedente si offrono sugli scaffali con sorrisi beffardi, come dicessero: E fra un mese, lo stesso. Non tornare se non ti piacciamo. Non credere a quel tale che ci ha disposti in bella mostra, con mani smorte. Nessun arrivo imminente. Stiamo per essere abbandonati. La nave affonda.
Navi in disarmo. Che spengono la scellerata fede nell’infinito brulicare d’oggetti.
Un’economia errante sta cambiando le città. Viene da lontano e non porta lontano.
E’ un frutto esotico, oscuro.
Mortale.

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NAVI IN DISARMO